La Settimana Santa ad Arena

Tutta la Settimana Santa o di Passione è caratterizzata in Calabria da antichissimi riti, da usanze che ancora si tramandano di generazione in generazione, da funzioni religiose che variano da un paese all’altro, anche se essi distano fra di loro di qualche chilometro. La Pasqua ad Arena è un appuntamento irrinunciabile per la suggestività delle sacre rappresentazioni della Passione e della Resurrezione di Cristo che si tramandano da tempo immemorabile. Centinaia di persone ritornano al paese richiamate dalla memoria delle tradizioni in cui spesso trovano le radici della propria identità. Il rito della Passione è vissuto dai fedeli con intensa partecipazione e con religioso accostamento alle statue della Vergine Addolorata e del Cristo Risorto. Ad Arena la Passione e la Resurrezione vengono rappresentate con statue portate a spalla per le vie del paese durante il Triduo Pasquale: il Venerdì Santo la Vergine Addolorata, viene accompagnata dai fedeli in cerca del Figlio, il giorno successivo l'incontro con Cristo morto sul Monte Calvario   narrano il doloroso percorso del Redentore ed infine la statua del Risorto, la Domenica di Pasqua e il lunedì dell'Angelo con la celebre "Affruntata" esalta la vittoria della Luce sulle tenebre.

Domenica delle Palme

Apre la Settimana Santa. Già dalle prime ore del mattino Arena è in festa. La Parrocchia di Santa Maria de Latinis trabocca di fedeli con in mano ramoscelli di olivo e palme per la benedizione. Prima della Santa Messa, dalla Chiesa parte una breve processione fino alla piccola edicola votiva posta in Corso Vittorio Emanuele III, in memoria della folla e dell’ingresso di nostro Signore in Gerusalemme, festosamente accoltovi mentre procedeva a dorso del puledro d’asina, fra la turba osannante che ostentava ramoscelli di olive e palme intrecciate, in segno di pace e di festa: “Osanna! Benedetto Colui che viene nel nome del Signore: il Re di Israele!”. Il corteo, formato da persone in maggioranza ragazzi e giovani, si snoda al canto di questa cantilena:

“Oh, l’olivo; oh, la frasca

ohji ed uattu è di Pasca

e lu monacu si pila

pè nu muarzu di candìla

e si jetta di lu fanò:

Cristhe e Kirie, Eleisòn!”

Il vero significato di tale cantilena è difficile appurarlo, si è perso nel corso degli anni, come tante altre suggestive cantilene della tradizione popolare; cerchiamo di darne una timida spiegazione. Assai giusto è inneggiare ai rami di olivo e di palma (la frasca!) che annunziano l’avvento della Santa Pasqua (Pasca), ma quell’allusione esplicita al monaco, che disperato, si strappa i capelli (si pila!) per un pezzetto di candela e poi si getta dal tetto (dal fanò, che dal greco antico “faino”, scorgere, vedere, mostrare, sta ad indicare il lucernario posto su di ogni tetto delle nostre case), non è di facile comprendonio. Potrebbe trattarsi di una giustificazione metrica che per ragioni di ritmo, di assonanza e di rima, fa abbinare frasca con pasca, pila con condila ed il fanò con eleisò, che viene cantato in forma contratta, cioè senza la enne finale o potrebbe anche trattarsi di un giocoso scherno al un certo clero, che in quei tempi, a differenza della maggior parte del popolo, di certo non soffriva la fame!
Giunti all'edicola votiva, dopo aver dato inizio alla celebrazione liturgica ed impartita la benedizione delle Palme, si ritorna in Parrocchia per concludere la celebrazione della Santa Messa. La tradizione vuole che i ramoscelli d’olivo e le palme venissero successivamente conservati appendendoli in camera da letto od all’uscio di casa affinché lo Spirito di Cristo portasse la pace nelle proprie abitazioni.

Inizia la Settimana Santa

Dopo aver vissuto la Domenica delle Palme, si entra nel vivo della Settimana Santa ed i giorni, dal lunedì al sabato, prendono l’appellativo di “Santo” e son colmi di funzioni religiose che si susseguono ininterrottamente dalla mattina sino a notte inoltrata.
Nelle Chiese fervono i preparativi per i Sepolcri e per la Passione. All’approssimarsi della Pasqua le donne arenesi seminano grano dentro ciotole che conservano al buio innaffiandoli ogni due giorni. Una leggenda narra che Maria nel suo peregrinare nei campi attorno a Gerusalemme durante i giorni della Passione del Cristo, abbia trovato nel grano un complice gentile: le spighe di questa graminacea si piegavano al suo passaggio agevolandone il cammino. Al contrario facevano le distese di lupini le cui piante si avviluppavano alle caviglie della Vergine impedendole di proseguire.
Gli altari delle chiese sono spogli in segno di lutto (solo dopo l'ultima cena!), e il grano indica questo lutto essendo i germogli ancora caratterizzati da un colore giallo pallido e dunque privi del colore abituale verde e rigoglioso. Le ciotole vengono collocate, Venerdì Santo, sui sepolcri e sulla Via del Calvario ad onorare la Tomba di Cristo e a dirci che la Vita si è interrotta, ma allo stesso tempo segnano la speranza della vita che tornerà perché il grano è legato alla vita. Dice Gesù:” Io sono il Pane della vita”.

Giovedì Santo

La sera del Giovedì Santo, con la Messa “In Coena Domini”, si apre il triduo pasquale.
Si commemora l’ultima cena di Gesù con gli Apostoli: “la funzione della lavanda dei piedi”.
La Messa viene celebrata secondo l’antica usanza, di sera nella Parrocchia Santa Maria de Latinis alla presenza di centinaia di fedeli, che seguono con commossa partecipazione la Sacra commemorazione dell’ultima Cena. Le campane, dopo il rito della carcerazione di Gesù, non suoneranno più, in segno di grande lutto, fino alla notte di Sabato Santo alla gioia della Resurrezione.
I Fedeli attendono l'ingresso in Parrocchia della "Grande Croce", accompagnata dai Confratelli di Maria SS. delle Grazie; ha così inizio la celebrazione liturgica, dopo che dodici Confratelli, sei per ognuna delle due presenti ad Arena si spogliano dei colori della propria Confraternita e prendono posto, disposti a semicerchio davanti all'altare, vestendo la sola tunica; l'unico segno di riconoscimento, rimane il cordone, nero per la Confraternita di Maria SS. delle Grazie ed azzurro per quella di San Michele Arcangelo.
Dopo la lettura del Vangelo il sacerdote compie il rito della lavanda dei piedi ai “Discepoli” che tendono il piede nudo verso il sacerdote, a ricordo di ciò che Gesù fece agli Apostoli volendo così testimoniare il grande messaggio che ci ha lasciato: l'Umiltà, l'essere servi dei più deboli e bisognosi e soprattutto amare gli altri più di sé stessi, anche quando quest'ultimi ti odiano e ti tradiscono!
È consuetudine che alcune famiglie, per devozione, preparino del pane fatto in casa, che prima della chiusura del rito, viene benedetto dal parroco e distribuito ai fedeli presenti alla celebrazione, in ricordo del "Corpo di Cristo", del pane spezzato e condiviso da Nostro Signore con i suoi apostoli. A quest'ultimi viene consegnata una ciambella "la cujura" ed ai fedeli presenti verranno distribuiti piccoli pani, che ogni anno devoti, portano in Chiesa e li distribuiscono in ceste e canestri.
Finita la Messa viene “carcerato” nostro Signore, il sacerdote porta in processione l’Ostia Consacrata presso l’altare di San Michele Arcangelo dove avviene la reposizione dell’eucarestia fino al giorno della Resurrezione; la piccola processione, è preceduta dalla Grande Croce che in questa occasione, è portata "al contrario"; si vuole rammentare ai fedeli che Cristo, ancora vivo, è presente nell'Eucarestia, la Croce Nuda rivolta al popolo, nasconde "il Crocefisso", ed invita tutti alla "Veglia", a pregare per Nostro Signore e… preannuncia l'ora più buia.
Anticamente, "l’Ostia Consacrata", riposta nel "calice d’oro", veniva chiusa a chiave nel Tabernacolo e la chiave, legata ad un cordoncino di seta rossa, veniva consegnata alla maggiore autorità del paese, il sindaco, che l'appendeva al suo collo; questo per ricordare la cattura di Gesù nell’orto del Getsemani da parte delle "autorità".
Le campane vengono legate in segno di rispetto e lutto in quanto ha inizio la Passione di Cristo; il loro suono melodioso è sostituito da quello cupo e rumoroso delle “tocche e dei carìci”. Accompagnano la processione della "Carcerazione", ricordano ai paesani l'inizio delle altre celebrazioni del Venerdì e Sabato Santo, forse simulano le scosse di terremoto, che accompagnarono tutta la passione di Gesù.
Le tocche son tavolette di legno incernierate e che, tenute per il loro manico e sbattute con veemenza, provocano un secco rumore; mentre i carìci sono dei rudimentali strumenti di legno in cui una ruota dentata, girando su di una lamina lignea, per le vibrazioni, provoca uno stridulo suono.
Gli altari, alla fine della celebrazione “In Coena Domini”, vengono spogliati in segno di lutto, mentre si oscurano i finestroni per far penetrare soltanto un filino di luce, che esalta quella delle decine e decine di candele accese ad illuminare i famosi “sepolcri” nei quali fanno sfoggio le bianche piantine di grano.
La celebrazione si chiude, con i Confratelli di Maria SS delle Grazie che fanno ritorno alla propria chiesa madre, e li si rinnova l'antico rito del bacio alla "Grande Croce", a rinnovo della Fedeltà Cristo, alla Beata Vergine ed alla Confraternita.

Venerdì Santo

È il giorno di Lutto e della rievocazione della morte di Gesù. In questo giorno la Chiesa, per antichissima tradizione, non celebra l’Eucarestia, ma fa memoria della Passione del Signore. È il giorno “di penitenza obbligatoria, da osservarsi con l’astinenza e il digiuno” [Cf De festis paschalibus…, n. 60]. Sono “strettamente proibite le celebrazioni dei sacramenti, eccetto quelli di penitenza e dell’unzione degli infermi”.
La comunità arenese vive il senso della misura.
Anticamente, a partire da questo giorno, ad Arena era usanza utilizzare per salutarsi “né buongiorno e né saluti” in segno di lutto e non farsi il segno della croce, questo fino alla Santa Messa della Domenica di Pasqua, in quanto non veniva celebrata la Veglia Pasquale.
Di mattina vi è la Liturgia delle ore.
Fra le principali funzioni e tradizioni ricordiamo la messa del Venerdì Santo, detta messa “a la storta”, cioè al contrario perché, saltandosi il tratto della consacrazione e della comunione, ben poco rimane del suo rito; ma comunque importantissima perché rievoca la morte di Gesù Cristo e quindi l’Annuncio della Passione del Signore con la Preghiera universale, l’Adorazione della Santa Croce e la via Crucis.
Nel rituale della famosissima processione dei Misteri della tarda serata, alcuni fratelli smettono il rocchetto nero e si calano il cappuccio sul viso, forato all’altezza degli occhi, di modo tale da vedere attraverso. E la cosa non finisce a queste apparenze perché hanno seco le “discipline”, ovverossia i flagelli, catene o grosse corde annodate, con le quali si percotevano rumorosamente più che dolorosamente le spalle in segno
Madonna Addolorata Arena VVdi penitenza. Questi flagellanti vengono detti “turba” e sta a significare, nella figurazione, più che i penitenti veri e propri, la soldataglia che catturò Gesù e l’accompagnò al Calvario.
Essi aprivano la proce
ssione che parte dalla chiesa di Maria Santissima delle Grazie con la statua dell’Addolorata, a braccia tese in disperata ricerca di suo Figlio. L’inizio di questa processione avveniva intorno alle ventuno e trenta, e c’era un perché di quell’ora che doveva essere sempre rispettata. Tutto doveva svolgersi dopo il tramonto del sole, e in questa prima fase, nel più assoluto silenzio, rotto soltanto dalle sonore discipline, dai lamenti della turba e dal canto doloroso dei fedeli:

“E si partìu Maria la ‘Ndolurata

Chi jia trovandu lu sue caru Figghju,

la ‘Ndolurata, chi jia trovandu lu sue caru Figghju…”

Nel frattempo, nella chiesa matrice dove è radunata la folla di fedeli, il padre predicatore, di solito di gran fama, chiamato da qualche convento viciniore e sempre edotto alle usanze del paese, intesse la sua predica rievocando con foga e commozione le fasi più salienti della passione di Cristo.
Intanto la processione con la Madonna giunge lentamente sino alle soglie della chiesa madre, e l’Addolorata sosta davanti a quell’uscio sino all’invocazione da parte del predicatore: “Vieni, o Maria, a prender tuo Figlio!”.
La statua si ferma proprio sotto il pulpito ed è all’altezza dell’oratore che consegna nelle braccia della Madre il crocifisso, l’ecce homo. Tutti gli animi sono sospesi, tutti i respiri trattenuti, tutti gli occhi sono fissi su quelle braccia tese della Madre che debbono raccogliere in quell’attimo il dolore più grande dell’umanità intera.
Da come procederà tale deposizione si trarranno gli auspici, fausti o nefasti, per il futuro. Se infatti il Cristo cadesse sarebbe segno sicuro di grandissima sciagura per l’umanità. Cadde infatti, così si tramanda, prima dei grandi conflitti mondiali; o se al Cristo (snodabile) cade un braccio o una gamba, ciò sarà segno di grandi calamità: terremoti, siccità, alluvioni, incendi, per le popolazioni. Se tutto, invece, procederà per il meglio, sarà segno della benevolenza divina per il genere umano. Quando una di quelle tristi evenienze si avvera, la folta tumultuante scoppia in un solo grido: “Gesù mio misericordia!”; oppure, se è di giubilo, nel coro: “Sia lodato Gesù Cristo!”.
Poi, mentre si placano gli animi, la processione maggiore si avvia, uscendo dalla chiesa ed intonando il “De Profundis clamavi”, accompagnata da centinaia di persone, con canti e nenie dolorose che si tramandano da tempo immemorabile e che ricordano, con mistica partecipazione dei fedeli, la morte di Cristo:

“Di vènnari moriu nostru Signuri

supra a la cruci li mani nchiovati.

L’ebbi ‘nchiovati pe nnui peccaturi,

peccaturi che simu scellerati…”

e il dolore della Vergine Addolorata:

“Levàtivi cristiani e nno dormiti

ca la Madonna passa pe li strati.

Ca la Madonna ciangi cuamu viditi

pensandu a lu suo Figghju carceratu.”

Il tragitto della Madre Addolorata viene illuminato dalle luci che ognuno sistema sui propri balconi per illuminare la strada nella sua notte più buia.
L’Addolorata che è bianchissima, con il bel viso di cera, tutta in gramaglie, gli occhi languidi fissi al cielo e due lacrime impietrite sulle guance. Anche il mantello è nero ed Ella ha un pugnale conficcato nel bel mezzo del suo petto e soltanto un piccolo fazzoletto di pizzo nero nelle mani che sorreggono il Figlio. Barcolla sul suo piedistallo, come in preda a vero mancamento e non per il dondolio cui la sottopongono i portatori.
Dietro la folla di donne, tutte in gramaglie anch’esse, che cantano una dolcissima menia che dice fra l’altro:

“Oh, dùanni, dùanni cu’sti niri panni,

accumpagnàti Maria la ‘Ndolurata! ...”.

A notte inoltrata finita la processione con la Vergine Addolorata è la volta del Cristo Morto. La statua, molto espressiva, ornata con veli e fiori, viene portata a spalla, dai confratelli di Maria SS. delle Grazie, nel sepolcro della Chiesetta del castello, in toni dimessi, con gli stessi canti di lutto che hanno accompagnato la Vergine Addolorata.

Cristo Morto Arena VV“Crocifisso mio Signor,

dolce speme del mio cuor”

sia mercé del tuo patir”

il perdon del mio fallir...”

È il momento più suggestivo e più doloroso in cui la partecipazione popolare raggiunge grande intensità emotiva. Il Cristo deposto dalla croce viene vegliato dai fedeli fino alle prime luci dell’alba.

Sabato Santo

Il Sabato Santo è il giorno del grande silenzio. Come si legge in un’antica omelia, “Il Re dorme. La terra tace perché il Dio fatto carne si è addormentato”.
Al Sabato Santo è assegnata la processione più solenne della Settimana Santa. È la processione che ricorda la sepoltura di Cristo e insieme nel dolore, esprime la speranza della vita.
La confraternita di Maria Santissima delle Grazie al completo, adulti e bambini, in abito bianco, rocchetto nero e cappuccio bianco per questa processione usavano cingersi il capo con una ricca corona di spine. Per i piccini si faceva questa corona con i rametti di una pianta comune nei nostri campi e detta in dialetto “spinapulici”. In nome stesso della pianta, spiega che essa non “feriva” a dovere le tempie e
d il capo dei piccoli penitenti. Tutt’altro invece avveniva per gli adulti che la corona dovevano farsela di rami di aranci che di spine ne hanno e ben robuste. Il Cireneo con saio bianco e cappuccio con la croce in spalle, e i confratelli vestiti di bianco e nero, aprono una solenne processione con la Vergine Addolorata vestita a lutto che si reca al Monte Calvario (chiesetta del Castello) per dare sepoltura a suo Figlio deposto dalla croce. La processione con la Vergine Addolorata e il Cristo morto si snoda per le vie del paese con canti di accompagnamento al dolore di Maria:

“Stava Maria dolente,

senza respiro e voce,

mentre pendeva in Croce,

del mondo il Redentor…”

e canti di dolore per la morte di Cristo:

“Quandu a Jesu lu pigghjaru

‘ncasa d’Anna lu levàru…”

La sosta nella Parrocchia prepara il rito della sepoltura che avviene al canto del “Sepulto Domino” nella Chiesa di Maria Santissima delle Grazie. Cristo viene deposto nel sepolcro. Il momento è di alta tensione emotiva, i fedeli commossi e immersi nel rito della sepoltura quasi a cogliere il mistero della morte e la speranza della vita che Cristo ci ha insegnato: “Io sono la vita”.
Questo antico rituale è stato celebrato fino al 2009, quando con una lettera episcopale datata 5 febbraio, il vescovo di Mileto, ha interrotto secoli di storia e tradizioni, abolendo la così sentita processione del Sabato Santo, così cara a tanti fedeli e tanti sacerdoti. Una piccola critica al vescovo, che contraddice, a nostro parere, la sua stessa lettera pastorale, in cui, dopo aver citato la riforma di Papa Pio XII che prediligeva una partecipazione più intensa da parte dei fedeli ai riti pasquali in particolare, non solo raccomanda (NON OBBLIGA) una celebrazione con i fedeli al posto delle varie processioni, così facendo tanti fedeli si sono allontanati dalle celebrazioni del Sabato Santo, il giorno più solenne del triduo pasquale, dell’intera Settimana Santa e quindi di tutto l’anno liturgico.

La Resurrezione

La veglia pasquale ha luogo nella Parrocchia nella notte di sabato. La benedizione del Fuoco, la liturgia della parola preparano la rappresentazione della Resurrezione “la Gluaria” che avviene intorno a mezzanotte. Cristo trionfante appare dal sepolcro e campeggia sull’Altare Maggiore fra la commozione collettiva. La scenografia è suggestiva per la coinvolgente espressività del Cristo Risorto che simboleggia la promessa della vira eterna. Le campane squillano a festa, la gioia è grande, gli auguri spontanei e sinceri.

Domenica di Resurrezione e Lunedì dell' Angelo

Domenica di Resurrezione il sacerdote celebra nella Chiesa di Santa Maria de Latinis la messa di Pasqua.
Si rileva dal libro della cappella di Santa Caterina che le spese per “l’Affruntata” erano sostenute dalla chiesa di Santa Caterina Vergine e Martire fino alla fine del diciottesimo secolo. Ora l’organizzazione è curata dalla confraternita di San Michele Arcangelo, che custodisce due delle tre statue protagoniste della scena che pur non essendo riportata nei vangeli suscita commozione negli animi dei presenti.
Suggestivi sono i preparativi per l’Affrontata. Il Cristo Risorto viene accompagnato con una grande fiaccolata nella Chiesa di San Teodoro, da dove, l’indomani, partirà per incontrare la Madre. La Vergine ammantata di nero, con la marcia funebre e le fiaccole dei fedeli, viene accompagnata nella Chiesa di Maria Santissima delle Grazie.
L’affrontata, che si svolgeva la mattina di domenica di Pasqua fino alla riforma liturgica del 1952, da quell’anno si svolge Lunedì dell’Angelo.
La scenografia è quella tradizionale: l’evangelista San Giovanni corre (“fuji”), portato a spalla dai giovani, a recare alla Madre l’annunzio che il Figlio risorto La sta cercando. La credenza popolare tramanda che la Madonna stenta a credere a tanto avvenimento, e solo dopo essere stata per la terza volta rassicurata si decide a correre verso il luogo indicato da San Giovanni, intravisto il Figlio: cade il manto nero e la Vergine appare raggiante nel suo vestito bianco e nel manto azzurro, Cristo intravista la Madre le corre incontro a sua volta, e i due si “abbracciano” davanti alla chiesa matrice. La festa è grande, la folla, accorsa anche dai paese vicini, è commossa e, fra lo squillo di campane, musica e mortaretti, si leva uno scrosciante applauso.

A. Tripodi, Le Confraternite di Arena, in "Rivista Storica Calabrese", a. XV, n .1-2, 1994
F. Poerio, Storia dello stato di Arena di Calabria, Edizioni Mapograf, 2003
Pro Loco Arena, La settimana Santa, 2001

© 2018 Confraternita Maria SS. delle Grazie Arena (VV)
Privacy Policy | Cookie Policy